No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20130607

the big beauty

La grande bellezza - di Paolo Sorrentino (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Roma, oggi. Jep Gambardella è uno scrittore napoletano che ha scritto solo un libro, L'apparato umano, decenni prima, e che da allora, dato l'enorme successo, si è trasferito a Roma, si è inserito nell'alta borghesia romana, vivendo stancamente nella sua meravigliosa casa con terrazza e vista sul Colosseo, non riuscendo più a scrivere nient'altro che articoli, seppure taglienti e ficcanti, su un grande quotidiano. Vive come trascinandosi, tra conoscenti più che amici, organizzando feste con "i trenini migliori perché non vanno da nessuna parte", essendo conscio che in questi anni ha accumulato il potere di farle fallire, se volesse, le feste. Vive la notte, non conosce la mattina, lascia scorrere questa vita della quale non riesce ad afferrare il senso, osservando il disfacimento di quella che un tempo era una grande civiltà. Forse, dietro tutto questo rifiuto, si cela il rimpianto di un giovane amore perduto. O forse no, forse è solo e semplicemente così che doveva andare.

All'improvviso, dopo qualche giorno dalla visione, mi sono deciso a mettermi seduto e a scrivere cosa ne pensavo del nuovo e attesissimo film di Paolo Sorrentino; prima di mettermi a sedere, ero deciso a dire che si, La grande bellezza è un film ambizioso e diretto da un regista che ogni volte ci dimostra di essere probabilmente il migliore italiano in circolazione, ma che era un po' come una grande promessa non mantenuta. Poi, però, arrivato al momento in cui cerco di dargli un voto, mi sono reso conto di alcune cose. Se è vero che La grande bellezza è decisamente un film felliniano, oltre che sorrentiniano, dandogli un voto basso rischiavo la derisione dai posteri, per non averlo capito fino in fondo. Inoltre, La grande bellezza è un film così strano, come una canzone che non rispetta la forma-canzone, che suggerire di non andarlo a vedere, o che si può anche soprassedere, non sarebbe stato onesto.
Sorrentino, arrivato ad un punto nella sua carriera, nonostante abbia appena 43 anni, in cui può anche fare cose fuori dagli schemi (che insomma, non è che i suoi film precedenti rientrassero propriamente negli schemi usuali, direi praticamente mai); quindi, perché no, perché non concedersi due ore e venti minuti di girotondo metaforico sulla decadenza italiana, genti italiche comprese? Si, perché cosa può essere, se non il nostro Paese, la grande bellezza? Ecco quindi Sorrentino, con la sceneggiatura da lui scritta insieme a Umberto Contarello, una sceneggiatura che va bene tutto, ma se mi venite a dire che è bella e solida, vi sputo in un occhio e morta lì, perché passi Lynch, passi Fellini, però se mi fai un film che se non fosse per l'abilità del regista e del montatore, potrebbe benissimo essere un film a episodi, che ci sia una bella sceneggiatura non te la passo, ecco, dicevo, Sorrentino che prende il suo solito personaggio preferito interpretato dal solito immenso Toni Servillo (qui Jep Gambardella, ma dove cazzo li trova questi nomi solo lui lo sa), e lo mette lì, in mezzo a tutta la cafoneria romana che potreste immaginare ma qui ce n'è deppiù, a cercare di filosofeggiare il meno possibile, così che sembri invece proprio un filosofo del pensiero deboluccio, e a destreggiarsi tra la grande bellezza romana, troppo spesso dimenticata proprio da noi italiani, e a dirci, in due ore e venti minuti, che ci sta crollando tutto addosso, ma proprio tutto, perfino la Costa Concordia, anzi no, quella si è incagliata per colpa di un demente lampadato, ma pure quella è una metafora dell'Italia che va alla deriva in un mare di arrivismo, e chi non riesce ad essere arrivista continua a vivere al di sopra delle proprie possibilità finché non gli pignorano la casa. Tu che lavoro fai, domanda Jep alla bella e stagionata Orietta, e lei gli risponde con la battuta del film: "io sono ricca". E niente, La grande bellezza è un film girato magnificamente, con scene magistrali (su tutte, per me, quella della bambina-Pollock) ma anche con scene what the fuck? (quella dell'incontro con Fanny Ardant, e da qualche parte ho letto che era una roba magistrale, ma dico, non ti levare di culo no!), praticamente con una sceneggiatura molto esile, che gioca tutto sull'enorme metafora del disfacimento, e che, perdonatemi se pecco di esterofilia (ancora una volta), se fosse stato interpretato da qualche attore o attrice straniero/a in più, probabilmente sarebbe entrato nella storia. Quindi, bene Carlo Buccirosso (Lello Cava), Luca Marinelli (Andrea) e Roberto Herlitzka (Cardinale), oltre naturalmente a Servillo (Jep), male Carlo Verdone (Romano), Sabrina Ferilli (Ramona), e mi duole dirlo, anche Iaia Forte (Trumeau). Senza infamia e senza lode Galatea Ranzi (Stefania) e Isabella Ferrari (Orietta), mentre un premio speciale va a Serena Grandi (Lorena), alla quale ci vuole un notevole coraggio per mostrarsi nello stato in cui si ritrova (oppure era messa male apposta), e c'è da dire che Antonello Venditti, nella parte di se stesso, probabilmente non se ne rende conto, ma somiglia sempre di più alla sua caricatura fatta da Corrado Guzzanti.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Mah, a me ha deluso molto. Speravo di riprendermi dalla tristezza generata da "This must be the place", invece mi sono depressa di più...Non sono d'accordo su Iaia Forte, a me piace sempre molto. Servillo sempre fico, ma forse è ora di cambiare personaggio e trovarsene uno che abbia un nome più realistico. Sigh.