No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20100228

il mio cuore


Heart Of My Own - Basia Bulat

Non so, probabilmente era destino. Magari, quando uno "smette" di innamorarsi delle altre persone, comincia ad innamorarsi degli artisti. Oppure no. Il fatto è che io a questa ragazza qui la amo. Un po'. Come artista, dico.
Quindi, prendetela un po' con le molle, questa recensione. Si, perchè dopo la folgorazione del disco d'esordio, Oh, My Darling, nel 2007, attendevo come si dice "in gloria" questo "difficile secondo album", e credo sia scontato che, d'impatto, non ti sembri un capolavoro, quando ancora ti senti toccare le corde dell'anima, mentre ascolti quello precedente.
Poi, si sa, come capita a volte, arriva quell'attimo in cui hai la "rivelazione": c'è gente che vede la Madonna, noi low profile invece "vediamo" solo il motivo per cui ci piace un pezzo, un disco, un artista.

Heart Of My Own è un disco sfacciatamente onesto, di quelli che sembrano registrati concettualmente col cuore, suonati e cantati con la sola intenzione di arrivare fin dentro l'ascoltatore non casuale, quello che dice "bella questa canzone, ma alla radio non la sentirò mai".
Gli strumenti sono aggiunti con estrema parsimonia, ma il disco non sembra mai vuoto: neppure quando, nella bonus track per iTunes, Basia canta Hush a cappella. Gli arrangiamenti, come giustamente li definisce allmusic.com, sono rootsy, e anche se non conoscete perfettamente l'inglese, con un piccolo sforzo d'immaginazione, potrete convenirne: potremmo essere perfino un secolo indietro nel tempo. Ma questi campanelli, questi tamburelli, queste chitarre arpeggiate, questo autoharp, questi archi delicati, questa batteria (del fratello) che crea crescendo marcettistici, chiedono solo di essere ascoltati senza preconcetto alcuno. E , splendida, profonda, toccante, intensa, delicata, deliziosa e mai invadente voce di Basia Bulat compresa, il tutto è al servizio di canzoni belle, alcune riuscite più di altre, questo è vero, ma mai brutte o senza senso.

Potrei parlarvene, di queste canzoni. Di come l'iniziale Go On incalza l'ascoltatore con quel suo andamento ondivago, con quelle sottolineature di pianoforte appena udibili ma importanti, della partenza solo voce della seguente Run, che ti fa capire subito che puoi chiudere gli occhi e lasciarti andare, della dolcezza della appena sussurrata Sugar And Spice, del singolo con reminescenze tzigane Gold Rush assolutamente perfetto e asimmetrico, della ballata con banjo che dà il titolo al disco, della delicatissima Sparrow, della travolgente If Only You, dell'assurda (in positivo) prova vocale di I'm Forgetting Everyone, del gospel-folk quasi medievale di The Shore, della rarefatta ma armoniosa Once More, For The Dollhouse, della canzone dell'anno, assolutamente perfetta, Walk You Down (ve ne parlai già qui entusiasticamente, accompagnandola con un video), dopo la quale pensi "non voglio più ascoltare niente", e poi arriva la conclusiva If It Rains, che sa quasi di Motown, ed è meravigliosa, semplicemente.

Potrei parlarvene, dicevo. Ma forse è meglio che ve le ascoltiate, magari in religioso silenzio.
Basia è tornata, e vuole rimanere.

Per concludere, una chicca da youtube: Basia Bulat che coverizza dal vivo Someday dei The Strokes. Manco a dirlo, fantastica. A voi.

1 commento:

Anonimo ha detto...

fidandomi del tuo gusto me lo sono fatto passare subito...ti farò sapere! Tschuss!