No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20081225

ecovillaggio 1

Da D la Repubblica delle donne, nr. 616


Com'è verde il mio (eco)villaggio
ITALIA
A Torri Superiore, uno dei cinquanta luoghi dove si sperimenta un modello di vita sostenibile. Esempi, utopie o atomi della società del futuro?

di Andrea Debenedetti

L'ecovillaggio è un grumo di case appeso a una collina. È un neo di pietre grigie sulla ruga che il fiume Bevera scava nella geografia della Liguria più occidentale. È un viluppo di gradoni e vicoli su cui a malapena si potrebbe arrampicare un ragno. Che la strada sia ripida lo capisci già dal nome. Torri Superiore, si chiama il villaggio, ed è un'endiadi che definisce alla perfezione la verticalità del luogo e di chi lo abita, scale vertiginose e schiene dritte, ascesa e forse persino ascesi, anche se l'unico vero dio in cui si riconoscono i residenti del borgo è il loro progetto. Recuperare un villaggio medievale, restituirgli una funzione, insufflargli nuova vita: eccola qui la salita che l'Associazione culturale Torri Superiore ha scelto di affrontare quasi vent'anni fa, una salita che oggi si può dire giunta al culmine e di cui i gradoni scoscesi che si incuneano tra i blocchi di pietre costituiscono la metafora più vivida. In mezzo ci sono state altre mille asperità da superare: materiali ed economiche, ideologiche e persino dinastiche, arduo com'è stato, all'inizio, risalire ramo per ramo ai proprietari dei vari lotti in cui era suddiviso il paese per riuscire man mano ad acquistarli. Di fronte a questi ostacoli alcuni soci si sono spaventati, altri si sono arresi. Il progetto però non si è lasciato fermare ed è giunto fin qui indenne, scortato dai più resistenti e motivati tra i suoi promotori. "Non è vero che i progetti falliscono per ragioni economiche", spiega Massimo, uno dei residenti di più lungo corso, "di solito quando succede è perché la gente a un certo punto litiga. Noi invece siamo rimasti insieme anche nei momenti più difficili. Diciamo che la stabilità del progetto ha aiutato la stabilità delle relazioni".

LA CONVERSIONE

In realtà il progetto non è mai stato fermo: anzi, si può dire che sia stato lui, scalpitando e tirando di qua e di là, a condurre i soci verso lo sbocco più consono, quello dell'ecovillaggio. "Al principio avevamo idee diverse", racconta Lucilla, tra le pioniere dell'associazione. "L'unica cosa su cui eravamo tutti d'accordo, era far rivivere Torri". La conversione ecologista è arrivata solo in seguito, e tuttavia l'idea di recupero dell'esistente era già di per sé moderna e vincente. Poi è stato quasi inevitabile che questo recupero avvenisse secondo principi eticamente qualificanti: "Fin dall'inizio abbiamo percepito che l'edilizia convenzionale sarebbe stata fuori luogo, in una realtà come questa", spiega ancora Massimo. "Riempire tutto di ferro, cemento e polistirolo non avrebbe avuto alcun senso. Il cemento, oltretutto, richiama umidità. Meglio il sughero, il cotto e le calci, anche per la tinteggiatura". È così che le stanze del borgo hanno ripreso, una dopo l'altra, a pulsare. L'anima ce la mettono, in ogni senso, i residenti: venti in tutto, compresi i bambini. Ma un po' di sangue arriva anche dalle vene dei soci non residenti, dei volontari, e da quelle degli ospiti della struttura ricettiva, che è l'attività su cui si regge, di fatto, l'economia dell'intera comunità. "In realtà senza qualche donazione di privati e l'aiuto dei volontari non ce l'avremmo mai fatta", continua Massimo. "Il problema è che in Italia si premia il consumo e non il progetto. In parole povere, se c'è un bando per finanziare il turismo, è molto più facile che i soldi li diano agli hotel della costa piuttosto che a noi".

continua domani

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