No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20170530

Vienna (Austria) - Maggio 2017 (4)

Domenica 21 maggio
Eccoci alla giornata che ho deputato alla visita del castello di Schonbrunn (dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO). Una delle ragioni del mio viaggio a Vienna, e una delle ragioni per cui ho scelto l'hotel praticamente al confine della tenuta. Stanotte ha piovuto, ma adesso no, calcolo la sveglia, il tempo di prepararmi e della colazione, esco e con 10 minuti di passeggiata sono all'ingresso, in perfetto orario per l'apertura. Non si sa mai che ci vogliano davvero 4 ore come dicono alcune guide. Ovviamente, frotte di turisti, molti asiatici. Diverse opzioni di biglietto, scelgo quello con più cose da vedere, e comincio dal castello in se, ovvero dalle stanze aperte al pubblico, alle quali si accede dalla famosa Scala Blu. Vi rimando alle varie descrizioni sul sito, o sul web in genere, ma vi bastino un paio di cose. La prima: l'ingresso è regolato come se fosse quello di un imbarco aeroportuale (slot di ingresso a seconda dell'orario del biglietto). La seconda, per quanto alcune cose che vedrete, o che sentirete nell'audioguida (fatta molto bene), vi faranno ridere o sorridere, oltre 200 anni di storia europea sono passati di qua. Vorrei che molti siti storici italiani fossero organizzati in questo modo, in modo che i turisti comprendano la storia che ne trasuda, e che si comportino in maniera rispettosa.

L'Otto Wagner Hofpavillion a Hietzing, in pratica l'estremità opposta della stazione metro omonima, ad uso esclusivo dell'Imperatore.

Proseguo con l'Orangerie, accanto alla serra delle palme e al teatro delle marionette, poi con un altro piccolo giardino, dopo di che passo al parco, sul retro, dove tra l'altro stanno montando un palco e altre cose perché evidentemente, di lì a poco vi si terrà un concerto, non so di quale genere. Il parco è immenso, e si capisce che l'ispirazione era quella di offuscare Versailles. Do un'occhiata ai labirinti, poi proseguo verso la fontana di Nettuno, e inizio la salita verso la Gloriette.

20170529

Vienna (Austria) - Maggio 2017 (3)

Eccomi in Stephansplatz, dove naturalmente, si trova lo Stephansdom, il duomo di Vienna intitolato a Santo Stefano. Storia varia e interessante, spettacolare il tetto in maiolica, oltre che naturalmente lo sfarzoso interno e il campanile. Folle di gente tutt'intorno, peccato per i lavori di restauro in corso, ma meglio così che il degrado, naturalmente.


Prendo un caffè in uno dei bar sulla piazza (qualcosa come 3 euro e 50 per un espresso), poi termino il mio giro, e scendo di nuovo in metropolitana.


Mi faccio un giro fino al Danubio, e do un'occhiata al Prater. Ritorno poi verso il Rathaus, il municipio.


Per fare molto l'alternativo, faccio foto solo alla facciata secondaria. Mi sento quasi a posto, do un'occhiata alla mappa della metro, e decido di percorrere un itinerario alternativo per tornare all'hotel, quindi mi faccio a piedi la distanza tra la fermata di Rathaus e quella di Museumquartier, passando per viali scorrevoli, parchi e cose come quella della seguente foto (Palais Auersperg).


Cambio tre linee di metro, e sono nuovamente a Hietzing. Questo è quindi il "bottino" di oggi.


Esco per la cena, in zona, e dopo aver dato un'occhiata, mi oriento su Da Ferdinando, e mangio una buonissima pizza. Tutti giovani, tutti italiani, mi offrono due volte l'ammazzacaffé, e facciamo due chiacchiere. Per oggi è andata.

20170528

Nella stessa stanza

In the Same Room - Julia Holter (2017)

Primo disco dal vivo in studio per l'artista losangelina, dopo Tragedy (2011), Ekstasis (2012), Loud City Song (2013) e Have You in My Wilderness (2015). Il disco è stato registrato con la sua backing band in due giorni, ai RAK Studios di Londra, nel corso del tour del 2015, a supporto di Have You. Undici pezzi, tre da Loud City Song, uno dal suo debutto Tragedy, il resto, ben sette canzoni, ovviamente da Have You in My Wilderness. Un disco che mostra il work in progress sugli arrangiamenti, la bravura della cantante, e per il quale l'etichetta baroque pop risulta estremamente calzante. Un buon biglietto da visita per chi non la conosce.



First live studio album for the Los Angeles artist, after Tragedy (2011), Ekstasis (2012), Loud City Song (2013) and Have You in My Wilderness (2015). The record was recorded with her backing band in two days at RAK Studios in London, during the 2015 tour in support of "Have You". Eleven tracks, three from "Loud City Song", one from her debut "Tragedy", the rest , seven songs, obviously from "Have You in My Wilderness". An album showing the work in progress on the arrangements, the singer's goodness, and for which the baroque pop label is extremely well-fitting. A good business card for those who do not know her.

20170526

Vienna (Austria) - Maggio 2017 (2)

Eccomi quindi alla visita dei cosiddetti tesori imperiali asburgici, impressionante collezione di argenteria, porcellane ed altre cose alle quali io non sono particolarmente interessato, e alle stanze della residenza di città appartenute a Francesco Giuseppe e a Sissi.

Parlamento
Il museo di Storia Naturale
Il "Kunst"
Äußeres Burgtor
Ancora il "Kunst"
Teseo e il centauro, di (ovviamente) Antonio Canova, in bella mostra all'interno del Kunst
Scorrazzando nella U-Bahn

L'ora si è fatta, esco, do un'occhiata esterna al Rathaus, al Palazzo del Parlamento, ed eccomi nella piazza dedicata a Maria Teresa d'Austria, da dove accedo al Museo della Storia dell'Arte. Qua, alla ricerca della Salita al Calvario (con relativo retro) del mio preferito, interessante collezione di italiani (Caravaggio, Giorgione, Tiziano), e dei bei Brueghel (il Vecchio) e Rubens. Esco e mi dirigo all'Accademia delle Belle Arti, dove mi attende, si fa per dire, il Trittico del Giudizio di Vienna (titolo secondo me un po' ingannevole, l'originale fiammingo è, tradotto alla lettera, "Il giorno del giudizio", e infatti in inglese viene tradotto con "The Last Judgment"), insieme ad altro. Esco e s'è fatta una certa. Visto che la prossima meta non è vicinissima, decido di riprendere la metro, quindi torno a Karlsplatz e mangio qualcosa al volo sottoterra.

20170525

Vienna (Austria) - Maggio 2017 (1)

Venerdì 19 maggio
City Break a Vienna, sempre nell'ottica delle capitali europee. Mai stato, son curioso, ovviamente. Come mi capita sempre più spesso, organizzo le cose un po' di corsa, e poi rifinisco just in time. Volo Eurowings da Pisa, partenza 15,30, ma venerdì me lo prendo tutto di ferie, dormo, cazzeggio fino alle 11, poi con calma, mi metto in auto, mi dirigo verso lo scalo più vicino a casa, parcheggio (solito) prenotato, e adesso che sono terminati (finalmente) i lavori per il Pisamover, arrivare a piedi all'aeroporto è davvero un attimo. Mangio in uno dei diversi posti dedicati, caffè, sigaretta, controlli, incontro una vecchia conoscenza, saluto, mi metto a sedere e attendo. Imbarco liscio, partenza in orario, bella giornata, quasi estiva. Arrivo alle 17, cerco l'ufficio del turismo, ritiro la Vienna City Card (sconti su musei e varie attrazioni turistiche, e mezzi pubblici gratuiti; opzioni da 24, 48 e 72 ore) e compro il biglietto del CAT, ben segnalato, comodo, in 16 minuti si è alla stazione di Mitte, di interscambio con trasporti su rotaia e metropolitana. Con la Card anche un librettino/guida in tedesco, inglese, francese ed italiano, con tutte le cose da fare e vedere, e la mappa della metro. Cerco la stazione, prendo la direzione giusta, qualche fermata, ed eccomi a quella di Hietzing. 50 metri scarsi e sono al Parkhotel Schonbrunn, prenotato come al solito con Booking.com. Elegante ma con una certa età, e qualche ingenuità, per un 4 stelle (tipo i distributori di sapone a muro nel bagno, una caduta di stile). Check in, mi sistemo in camera, non ho nessuna intenzione di fare alcunché, e quindi faccio l'ora, scendo, e ceno al ristorante dell'hotel stesso, con una discreta soddisfazione. Risalgo in camera e mi dedico al mio passatempo preferito, da buon vecchietto (serie tv), e dormo il solito sonno dei giusti. Mi sono già appuntato quello che voglio vedere l'indomani, con relativa stazione metro vicina.
Il dessert: un vero capolavoro!

Hietzing U-Bahn
Opera
La Biblioteca Nazionale
Hofburg
Sabato 20
Sveglia, colazione, toilette, pronti. Prima delle 8,30 sono sulla metro. Solita linea verso il centro, fermata Karlsplatz. L'intenzione sarebbe quella di visitare prima l'Akademie der bildenden Künste (Belle Arti) e poi il Kunsthistorisches Museum, ma entrambi aprono alle 10. Mi dirigo quindi verso la quarta scelta, Hofburg, già sapendo che la terza, il Rathaus oggi è chiuso. In realtà, fa tutto parte del vecchio complesso imperiale, compreso tutto l'enorme circondario, parchi compresi.

20170524

Lost Twins (special edition)








































Patti Smith................................Leslie Feist..............................Charlotte Gainsbourg

20170523

In maniera decisa

In Spades - Afghan Whigs (2017)

Qualcuno lo sa, ormai con la rete si possono condividere immediatamente le prime reazioni, e ovviamente, se esce un disco degli Afghan Whigs, è naturale che lo ascolti, e che mi aspetto una cosa grande. Per essere chiari, ascolto questa band dal 1990, anno in cui uscì il loro secondo disco Up in It, e li ho visti live nel 1994. Come spesso mi accade, i primi ascolti non mi hanno soddisfatto, ma quando ho deciso di dargli l'ascolto definitivo, mi sono ricreduto. La band di Greg Dulli, un tizio che ha davvero la musica nel sangue, fu inizialmente inserita nel movimento grunge, forse solo semplicemente perché, dopo il loro debutto Big Top Halloween nel 1988, firmarono per la Sub Pop, che fece uscire i due dischi seguenti (prima che passassero alla Elektra); dopo la reunion, sono tornati alla Sub Pop, che ha fatto uscire questo In Spades e il precedente Do to the Beast. Si è sempre detto che questa band aveva come tratto distintivo, il fatto di provare a fondere rock e soul, e questo continua ancora oggi, rendendoli attuali oggi come allora. A differenza dei Black Keys, gli Afghan Whigs però, non suonano vintage quando li ascolti. Dette tutte queste cose, per provare a contestualizzare un poco, la band originaria di Cincinnati, Ohio, ha un enorme valore aggiunto: Greg Dulli. Chitarrista, splendido cantante con un timbro indimenticabile e versatile, produttore, anche amante dell'alcol, delle sigarette e pure di casini vari, genio e sregolatezza, ma sicuramente grande artista, dotato di un talento puro per la composizione. Pitchfork, in apertura della recensione di questo In Spades, riassume gli Afghan Whigs in questo modo: "Negli anni '90, gli Afghan Whigs sono stati, prima di tutti, possessori di due elementi che sarebbero poi diventati dominanti, nel rock del 21esimo secolo: un ampio uso dell'R'n'B da un lato, e un tono epico alla Bruce Springsteen dall'altro". Ecco, gran parte di questi due elementi sono dovuti a Dulli. In questo nuovo In Spades, ritroviamo tutta la grandeur degli antichi Afghan Whigs, che anche nel 2017, suona indubitabilmente bella e avvolgente. E poco importa se il disco dura solo 36 minuti, o se alcune melodie ricordano molto da vicino alcune altre degli stessi Whigs: il marchio di fabbrica è ben accetto, finché non diventa auto-plagio. Disco molto bello.



Someone knows, now with the net you can immediately share the first reactions, and of course, if an album of the Afghan Whigs comes out, it's natural that I will gonna listen to it, expecting a big thing. To be clear, I've been listening to this band since 1990, when they released their second album "Up in It", and I saw them live in 1994. As often happens to me, the first listenings did not satisfy me, but when I decided to give it the definitely listening, I made up my mind. Greg Dulli's band, a guy who really has music in his blood, was initially included in the grunge movement, perhaps simply because after their debut "Big Top Halloween" in 1988, they signed up for Sub Pop, which released the following two albums (then they switched to Elektra); after their reunion, they came back to Sub Pop, who released this "In Spades", and the previous "Do to the Beast". It has always been said that this band had a distinctive feature, the fact of trying to blend rock and soul, and this continues today, making them up to date, today as then. Unlike the Black Keys, however, the Afghan Whigs do not sounds vintage, when you listening to them. All that being said, trying to contextualize a bit, the band from Cincinnati, Ohio, has a tremendous added value: Greg Dulli. Guitarist, gorgeous singer with an unforgettable and versatile timbre, producer, even lover of alcohol, cigarettes and also fpr the fights, genius and dissoluteness, but definitely a great artist with a pure talent for songwriting. Pitchfork, opening the review of this "In Spades", sums up the Afghan Whigs in this way: "Back in the 1990s, the Afghan Whigs were way ahead of the curve on what would become two of the most dominant tropes in 21st-century rock’n’roll: an open embrace of R&B on one hand, and widescreen Springsteen-sized epics on the other". Here, most of these two elements are due to Dulli. In this new "In Spades", we find all the greatness of the ancient Afghan Whigs, which even in 2017, sounds undoubtedly beautiful and enveloping. And it does not matter if the record lasts only 36 minutes, or if some melodies are very close to some of the Whigs themselves: the trademark is well-received until it becomes self-plagiarism. Very nice album.

20170522

Circo solitudine

Circo soledad - Ricardo Arjona (2017)

Qualche giorno fa, non so perché precisamente, mi è tornato in mente il mio idolo tamarro Ricardo Arjona. Di lui, e della mia insana passione per la sua musica, vi ho parlato, annoiandovi a morte, qui, nella recensione del suo disco in studio precedente. Come ho già spiegato, a dispetto dei miei gusti musicali, lui è uno dei miei guilty pleasures, e, tornando a qualche giorno fa, quando ho realizzato che dal 2014 (anno in cui è uscito il precedente Viaje) erano usciti ben due dischi, mi sono spaventato: mi sono calmato solo quando ho capito che Apague la luz y escuche, del 2016, era un greatest hits. Dette tutte queste inutilità, passiamo al commento di questo disco nuovo nuovo, dove Arjona continua nel suo percorso musicale, particolarissimo, come ho già tentato di spiegare. Musica latina, musica pop, classica canzonetta, ma anche influenze soft rock (ascoltate Vivir; se vi ricorda qualcosa, non state sbagliando: è praticamente Dream On degli Aerosmith), e perché no, un pizzico di elettronica. Eppure, come appunto per un guilty pleasure, anche Circo Soledad è un disco che, personalmente, metto su e rimetto, ascolto con piacere, mi fa sorridere con i testi, mi trascina in Latino America col pensiero, addirittura mi fa cantare.



A few days ago, I do not know why exactly, I remembered my boorish idol Ricardo Arjona. Of him, and of my insane passion for his music, I talked to you, bored to death here, in the review of his previous record in studio. As I have already explained, in spite of my musical tastes, he is one of my guilty pleasures, and, coming back a few days ago, when I realized that from 2014 (the year in which the previous "Viaje" came out), two albums came out, I was scared: I calmed down only when I realized that "Apague la luz y escuche", of 2016, it's only a greatest hits. That said all these uselessness, let's go to the commentary on this new new album, where Arjona continues in his musical journey, very particular, as I have already tried to explain. Latin music, pop music, classic songs, but also soft rock influences (listen to "Vivir"; if you remind of something, you're not mistaken: it's basically "Dream On" of Aerosmith), and why not, a pinch of electronics. Yet, as for a guilty pleasure, "Circo Soledad" is also an album that I personally put on repeatedly, I listen it with pleasure, it make me smile with the texts, dragging me in Latin America with thought, even making me sing.

20170521

Doccione

Gargoyle - Mark Lanegan (2017)

Un'amica, che ama Lanegan ormai da molto tempo, commentava a proposito di questo ultimo album: "se solo tornasse triste...". E' l'eterna condanna dell'artista: si è convinti che solo avendo un'anima in pena, possedendo il duende, si riesce a comporre poesia, arte, musica, che arrivi dritto al cuore. Cerco di comprendere, e di interpretare. Mark Lanegan, ormai ultra-cinquantenne, è sicuramente un personaggio complicato, ma questo non toglie che sia uno di quelli che ha capito, anche solo per un suo stimolo personale, che per continuare a fare questo mestiere, un po' bisogna cambiare. E quindi, già dal disco precedente, ha lasciato libere le sue influenze, anche quelle non propriamente rock e blues, di irrorare le sue composizioni. Un'elettronica per nulla invadente, adesso, pervade le sue composizioni; evidentemente, una sorta di pace interiore, fa il resto, e, all'ascoltatore, sembra di ascoltare un disco "allegro" (Nocturne, Beehive, Emperpor, Drunk on Destruction, First Day of Winter, eccetera). E' vero che può sembrare qualcosa di meno introspettivo, ma quel che è innegabile è che anche su Gargoyle, Lanegan non suona più come un reduce dell'epoca grunge, uno che pesca dal blues e mette insieme Cave e Waits; sta invece cercando di mettere insieme tutto questo, e innestarlo sull'eredità new wave (ci sono i Joy Division ma anche i primi U2), provando a generare qualcosa di moderatamente nuovo. Il risultato, a mio modesto giudizio, è già migliore di quello che avevamo in Phantom Radio, ma abbisogna ancora di ritocchi e migliorie. Per il momento, tanto di cappello a Lanegan, che ha deciso di non ripetersi all'infinito, e di cercare nuovi percorsi.



A friend who loves Lanegan for a long time commented on this latest album: "If he just could be sad back again...". It is the eternal condemnation of the artist: we, listener, are convinced that only having a soul in pain, possessing "duende", the artist can compose poetry, art, music, that comes straight to the heart. I try to understand, and to interpret. Mark Lanegan, now more than fifty years old, is certainly a complicated character, but that does not mean that he is can't understand, even for his own personal stimulation, that to keep doing this job, one has to change. And so, already from the previous album, he left his influences, even those not properly rock and blues, to spin his compositions. An electronica not invasive, now, pervades its compositions; obviously, a kind of inner peace, does the rest, and, to the listener, it seems to hear a "cheerful" (Nocturne, Beehive, Emperpor, Drunk on Destruction, First Day of Winter, etc.). It is true that it may seem less introspective, but what is undeniable is that even on "Gargoyle", Lanegan no longer sounds like a grunge veteran, one that flips from the blues and puts together Nick Cave and Tom Waits; he is trying to put together all this, and embed it on the new wave legacy (there are the Joy Division but also the first U2), trying to generate something moderately new. The result, in my humble opinion, is already better than what we had on "Phantom Radio", but still needs updating and improvement. For the moment, hats down at Lanegan, who has decided not to repeat himself indefinitely, and to seek new paths.

20170519

Lay down and die



Chris Cornell - Wave Goodbye

Words get tangled on your tongue
And you stumble on your feet
When you miss somebody
And everywhere you think you see
Them walking down the street
When you miss somebody
When you miss somebody
You tell yourself
A hundred thousand times
Nobody ever lives forever
So you give it one more try
To wave goodbye
Wave goodbye
Every hurtful thing
You ever said is ringing in your ear
When you miss somebody
And every thing of beauty
That you see only brings a tear
When you miss somebody
When you miss somebody
You tell yourself everything
Will be alright
Try to stand up strong and brave
When all you want to do
Is lay down and die
How long I've waited for an answer or a sign
Lonely and weary from this troubled task of trying
To wave goodbye
So now you start to recognize
That every single path you see
Leads to a tear in your eye
So wave goodbye
Wave goodbye


20170518

Automa

Automaton - Jamiroquai (2017)

Non mi ricordo chi, qualche tempo fa mi aveva detto "non è male il disco nuovo di Jamiroquai". Beh, non posso concordare. Nonostante abbiano avuto ben sette anni dal precedente Rock Dust Light Star, anche questo ottavo disco della band inglese non ha assolutamente niente da dire, nella maniera più totale e, ma l'ho già detto, probabilmente definitiva. Nessun pezzo particolarmente accattivante, i Jamiroquai ormai sono fossilizzati su un acid funk datato e senza più mordente, dove i suoni elettronici sembrano messi a caso, e le melodie sono decisamente già sentite. Troppo. 



I do not remember who, some time ago, told me "is not bad, the Jamiroquai's new album". Well, I can not agree. Although they have been seven years, from the previous "Rock Dust Light Star", this eighth album of the British band has absolutely nothing to say, in the most complete way, and I have already said it, probably definitive. No particularly appealing track, the Jamiroquai are now fossilized on an acid funk old style, and they don't have any longer some grip, a sound where electronic sounds seem to be inserted randomly, and melodies are definitely already heard. Too much.

20170517

Vita amore carne ossa

Life Love Flesh Blood - Imelda May (2017)

Quinto disco per la cantante, compositrice e pluri-strumentista irlandese, disco che segna l'allontanamento, non sappiamo se momentaneo oppure no, dal rockabilly che l'ha fatta conoscere. Imelda May possiede una voce impressionante, potrebbe cantare di tutto; stavolta si è messa nelle mani di T Bone Burnett, uno che ne sa, e pare abbia ricevuto amorevoli consiglio dall'amico e compaesano Bono. Il disco segue di qualche anno il suo divorzio. Detto questo, seppure la voce sia sempre e ancora decisamente sopra la media, il disco non è di quelli che lasciano troppo il segno. La May, piacente quarantaduenne, non esalta quando si cimenta con cose soft rock (The Longing, Game Changer, Leave Me Lonely, Human), non convince abbastanza quando si muove verso l'americana (The Girl I Used To Be, Levitate, Sixth Sense), mentre è sempre molto valida quando inserisce del jazz dentro i suoi pezzi (Call Me, Black Tears, How Bad Can A Good Girl Be). Disco non esaltante, ma speriamo che Imelda trovi la sua strada con i prossimi lavori.



Fifth album for the Irish singer, composer and multi-instrumentalist, a work that marks the outgoing, we do not know if momentarily or not, from the rockabilly that made it known to her. Imelda May has an impressive voice, she could sing everything; this time she put himself in the hands of T Bone Burnett, one who knows, and seems to have received loving advice from her friend and compatriot, Bono. The album follows her divorce, happened two years ago. That being said, even if the voice is always and still decisively above average, the album is not the ones that leave too much sign. May, a beautiful 42 years old, does not thrill when she comes up with soft-rock stuff (The Longing, Game Changer, Leave Me Lonely, Human), she does not convince enough when she moves to Americana (The Girl I Used To Be, Levitate, Sixth Sense), while it is always very good when she inserts jazz into her songs (Call Me, Black Tears, How Bad Can A Good Girl Be). Album not exciting, but we hope Imelda finds her way in the next few jobs.

20170516

Piacere

Pleasure - Feist (2017)

Così come i colori, i sapori, gli odori, i registi o le serie tv che ti piacciono senza saper spiegarne il perché, io adoro questa minuta canadese che sembra sempre comporre canzoni asimmetriche, e invece sono semplicemente bellissime. Sarà, come di diceva qualche giorno fa con l'amico Cla, per quella sua vaga somiglianza con un'altra icona, Charlotte Gainsbourg, sarà per la sua impensabile vicinanza/amicizia con i Mastodon (nel 2012 hanno fatto uno split insieme, dove lei interpretava la loro Black Tongue, e loro la sua A Commotion, in occasione del Record Store Day, e naturalmente sotto il nome complessivo di Feistodon), che appaiono campionati sul finale di A Man Is Not His Song, titolo, lasciatemelo dire, quasi commovente, almeno per me, che sono notoriamente scemo, e canzone affascinante, sarà solo perché è una delle artiste più convincenti degli ultimi anni, una di quelle che, come ha detto (più o meno) in un'intervista, fa dischi perché ne sente il bisogno intellettuale, e non quello lavorativo (il fatto che questo sia il suo quinto disco in 18 anni di attività solista mi pare lo dimostri ampiamente). Il motivo è probabilmente troppo difficile da spiegare, forse è nascosto nei gorgheggi di Get Not High, Get Not Low, fatto sta che anche questo Pleasure è un disco che non cerca il successo facile (eppure, ne sarebbe perfettamente capace, e lo ha dimostrato in passato), ma è intenso, profondo, straziante perfino, come pochi altri artisti sanno essere. Arriva a sorprendere perfino chi pensava di conoscerla, come quando, come nota Kitty Empire su The Guardian (ma pure Jillian Mapes su Pitchfork), ricorda fortemente PJ Harvey proprio con la canzone d'apertura, che dà il titolo all'intero disco. Registrato praticamente dal vivo in studio, riesce ad essere straordinariamente delicato seppure estremamente ruvido; Leslie Feist riesce a passare da momenti pacati ad altri decisamente vivaci (come ad esempio in Any Party), riesce come detto a farti sembrare le sue canzoni inizialmente sghembe, per poi farti scoprire che, magari dopo mezz'ora che hai smesso di ascoltare il disco, alcune delle sue melodie ce le hai ancora in testa, e stai facendo una fatica immane per scacciarle, per mandarle via da lì. Insomma, anche tralasciando quanto sia brava pure con la chitarra, e quanto stratificata (ascoltate quanti strumenti ci sono in tutto il disco) e al tempo stesso semplice appaia la sua musica, quando la sento cantare "And the trees for their hundred years" su The Wind, vorrei amare l'intero universo incondizionatamente. Se non è bellezza questa, è, quantomeno, Pleasure.



Just like the colors, the flavors, the smells, the movies directors or the TV series that you like without knowing why, I love this little Canadian, that seems to always make asymmetrical songs, and instead they are just beautiful. Maybe, as we said a few days ago with my friend Cla, for her vague resemblance to another icon, Charlotte Gainsbourg, will be for her unimaginable closeness/friendship with the Mastodon (in 2012 they made a split together, where she played their "Black Tongue", and them hers "A Commotion", on the Record Store Day, and of course under the overall name of Feistodon), that appears on the finale of "A Man Is Not His Song", title, let me say, almost moving , at least for me, who I am notoriously stupid, and that is a truly fascinating song, will only be because she is one of the most convincing artists of recent years, one of those who, as she said (more or less) in an interview, makes records because she feels intellectual need, and not as a job (the fact that this is his fifth record in 18 years of solo activity seems to me to be widely demonstrate this). The reason is probably too difficult to explain, perhaps it's hidden in the trills of "Get Not High, Get Not Low", it's also true that this "Pleasure" is an album that does not look for easy success (yet, Feist would be perfectly capable of do it, and she showed it in the past), but it is intense, deep, and upsetting, as few other artists know how to be. Surprising even when you thought you knew her, as when, as Kitty Empire on The Guardian (but also Jillian Mapes on Pitchfork) noticed, strongly remembers a young PJ Harvey, with the opening song, which gives the title to the entire record. Practically recorded live in the studio, it can be extraordinarily delicate, albeit extremely rough; Leslie Feist is able to pass from quiet moments to other decisively lively (as in "Any Party", for example), she succeeds in making her songs look like they were initially slant, and then find out that, maybe after half an hour you stopped listening this album, some of her melodies are still in your head, and you're doing a great effort to drive them out, to send them away from there. In short, even out of her goodness on the guitar, and even out how much stratified (listen to how many instruments are in the whole album), and at the same time for how simple her music appears to be, when I hear she sings "And the trees for their hundred years" on "The Wind", I would like to love the whole universe unconditionally. If this is not beauty this is, at least, Pleasure.